Dare la vita per coloro che si amano

Fin dal titolo, questo pamphlet evoca in me qualcosa di sacro, di religioso, questa espressione ha tutta l’aria di esser da un versetto del Vangelo. E improvvisamente mi ricordo anche quale: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15.13).

Sono certa che questo accostamento non sia sfuggito all’autrice Michela Murgia, e che anzi sia stato voluto, dal momento che ella ha studiato teologia ed era cattolica praticante, anche se non in modo tradizionale.

Nell’espressione “per i propri amici” che in alcune versioni abbiamo come “coloro che si amano”, troviamo esattamente la sintesi del concetto di genitorialità che viene sostenuta nel libro, secondo me in due modi.

Il primo, è quello che riguarda essere madri o padri senza avere legami di sangue. È quello che accade ai genitori adottivi o affidatari, che danno amore a unə figliə che non è uscitə dal loro ventre, o proviene dai propri gameti. È l’esperienza raccontata da Murgia stessa nel suo bellissimo romanzo “Accabadora”, dove una donna si prende in casa una figlia, ultima di una famiglia numerosa, che la madre biologica non può accudire.

Il secondo modo è significativo della parola “amici”. Amicə è coləi che si sceglie, che ti sceglie perché ci sono delle affinità, dell’empatia, perché si vivono le stesse cose. E così anche un unə figliə può essere una persona scelta, frutto insomma di un rapporto di elezione. Io credo che in questo ci sia un rischio, perché essere genitori vuol dire accogliere e amare sempre, in ogni circostanza della vita, qualunque cosa lə figliə faccia, dica, sia, anche se è disabile, se è unə farabuttə o unə delinquente. Persino se commette i peggiori crimini.

Personalmente ho trovato molto più bella l’esperienza raccontata da Luciana Littizzetto nel suo libro “Mi fido di te”, in cui appunto, attraverso l’affido di due bambinə, un fratello e una sorella, Littizzetto diventa la loro madre d’anima, al di là del legame di sangue. Nell’affido i genitori biologici, pur di fatto assenti nella vita dellə figliə, continuano ad esercitare il loro diritti genitoriali e quindi a “possederlə”. Si racconta bene di come a volte sia difficile accettare che tuə figliə non sia una persona affatto eccezionale, a volte addirittura ammettendo che si comporta da stupidə, e forse non sarebbe mai statə qualcuno che ti saresti sceltə, o da cui essere sceltə.

I rapporti familiari stessi spesso non sono il risultato di un’elezione, di un’affinità, ma si dà e riceve amore e si viene sostenutə incondizionatamente in virtù del fatto di essere figliə, madri, padri, sorelle o fratelli.

In fondo a questo testo, in cui credo di avere espresso chiaramente la mia idea in merito, vorrei esprimere la difficoltà che ho avuto nell’inserire ogni volta il simbolo “ə” per evitare quella cosa orribile della lingua italiana che è il maschile sovra esteso. Ogni volta dovevo fare attenzione, fermarmi, chiedere a Word di inserire un simbolo, selezionare quello giusto e solo allora potevo continuare a scrivere.

È qualcosa che ho visto molto bene nel testo di “Dare la vita” e penso anche di avere imparato come si fa proprio da questa lettura.

È uno sforzo che ognunə dovrebbe fare nella sua vita di ogni giorno, quello di fermarsi, e chiedersi se il proprio modo di esprimersi, sia veramente inclusivo rispetto ai molteplici modi di essere. Sarebbe bello se un giorno Word non segnasse più queste parole come errori di ortografia.

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