
Ho amato e amo moltissimo Isabel Allende, che ritengo essere una delle più grandi scrittrici viventi, e non solo perché scrive storie bellissime e coinvolgenti, ma perché è capace come pochə altrə di raccontare la storia individuale dei suoi personaggi attraverso la Storia più grande, quella collettiva.
Le sue stesse vicende personali si intrecciano con quelle del suo paese di origine e di suo zio Salvador Allende, presidente del Cile assassinato durante il golpe del 1973. Questo doppio binario storia personale-storia collettiva è presente in tutti i suoi romanzi. In realtà credo che sia presente in tutte le nostre vite, anche se spesso fatichiamo ad averne consapevolezza.
Queste considerazioni sono ancora più evidenti in quest’opera, perché accosta due piani narrativi che hanno luogo a distanza di quasi un secolo l’uno dall’altro: la persecuzione degli ebrei in Europa durante il secondo conflitto mondiale e l’immigrazione dai paesi del Sud America verso gli Stati Uniti ai giorni nostri.
Che cosa mai possono avere in comune questi due fenomeni?
Samuel Adler vive a Vienna ed è solo un bambino quando nel suo paese inizia la persecuzione contro gli ebrei: nel novembre del 1938 una serie di pogrom nella Germania Nazista culminano nella notte dei cristalli. La sua casa viene distrutta e la madre, per mettere almeno lui in salvo dalla violenza, lo fa salire su un treno che porta i bambini ebrei in Inghilterra. Per Samuel inizierà un lungo percorso di solitudine in un paese straniero.
A distanza di molti anni, altri minori subiscono il medesimo destino di separazione dai genitori: Anita è una bambina salvadoregna arrivata negli USA con la madre, che è stata respinta e separata da lei alla frontiera, e sogna di poterla rivedere un giorno.
È lo stesso destino di separazione e la mancanza dei genitori che accomuna questə due personaggə, che si ripete a distanza di diversi decenni in differenti geografie e culture ma che in fondo è sempre lo stesso: è la conseguenza della violenza personale o ideologica e della considerazione che alcune categorie di persone siano meno degne di rispetto e diritti di altre.
“Il vento conosce il mio nome” è una frase detta dalla piccola Anita, che grazie all’immaginazione di un luogo fantastico e paradisiaco riesce a mantenere il contatto con le sue radici e i suoi affetti più profondi.
Se volete sapere come queste due vicende si intrecciano, le pagine di questo splendido romanzo vi aspettano.


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