
“Ci sono cose che non si raccontano perché le parole sono scogli nel mare. Ci sono cose che non si raccontano per vergogna, rabbia, troppo dolore, e perché se non le racconti, in fondo puoi sempre credere che non siano successe”.
Che cosa è disposta a fare una donna per avere figlio e fino a che punto è giusto insistere per realizzare questo desiderio? Leggendo questo libro, me lo sono chiesta più volte.
La protagonista del romanzo è la stessa autrice, che racconta la sua storia del tentativo di diventare madre quando il suo corpo, per l’età, non è più nelle migliori condizioni per farlo. Antonella ha rimandato la maternità fino a 40 anni perché prima voleva diventare scrittrice e realizzare sé stessa.
E qui già troviamo una forte contraddizione presente nella nostra società: perché per una donna l’avere figli viene sempre percepito come un’alternativa alla realizzazione professionale?
Ma questo non è l’unico tema, perché davvero l’autrice nel raccontare la sua storia non si risparmia nulla, non c’è nessun tabù sulla maternità che non venga toccato e affrontato nella sua crudezza: dall’aborto, alla procreazione assistita, al ruolo degli uomini come (potenziali) genitori.
Fin dall’inizio, l’autrice ci racconta della sua gravidanza trigemellare, ottenuta grazie alla PMA, e di come le tre bambine che portava in grembo siano morte (tutte e tre!). E questo è un fatto di cui siamo consapevoli già dalle prime pagine. Ciò che non si può immaginare, è l’inferno che questa donna deve affrontare, tra strutture ospedaliere e medici a volte molto empatici, altre volte tremendamente duri e colpevolizzanti.
Lo stigma che una donna che ha una maternità “non naturale” così come viene definita dalla maggior parte delle persone, è ancora incredibilmente forte all’interno della nostra società e spesso le donne stesse hanno a tal punto introiettato tutto questo che si sentono sempre inadeguate, vergognandosi di raccontare ciò che accade loro persino ai loro amici e alla loro famiglia.
Questa scrittrice ha avuto un enorme coraggio a raccontare la sua storia, sapendo di poter essere oggetto di biasimo o anche di scherno, se non di disapprovazione da parte della maggior parte dei lettori. E l’ha fatto dopo un dolore così grande: quello di aver perso tre figlie immensamente desiderate.
È una storia di dolore, si, ma anche di quell’istinto di sopravvivenza che alla fine prevale e permette alla protagonista di aggrapparsi alla vita, di salvarsi grazie alla propria determinazione ad andare avanti a vivere.


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