Tutta la vita che resta

“L’ultimo giorno della vita di prima, il 10 agosto 1980, Marisa lasciò andare il marito a dormire, richiudendo la porta affinché nessuno lo disturbasse, e scese in cucina.”

Ci sono date che cambiano per sempre la vita e sono uno spartiacque tra prima e dopo, date che segnano il destino, come per me è il 2 agosto 1980, giorno in cui sono nata e c’è stata la strage di Bologna, in cui sono morte 85 persone.

In questa storia c’è un momento ben preciso in cui cambia la vita dei protagonisti, a causa di un evento terribile che spezza l’esistenza e la rende segnata dal dolore. È un episodio di violenza verso due adolescenti, Betta e Miriam, che subiscono una feroce violenza in spiaggia una notte d’estate.

Il contesto storico di quegli anni

Elisabetta e Miriam sono due cugine, due ragazze adolescenti che escono di notte per andare a una festa in spiaggia sul litorale laziale. Siamo nel 1980, pochi giorni dopo la strage di Bologna, un fatto che ha segnato una ferita indelebile nella storia d’Italia.

È un’estate meravigliosa, c’è il boom economico e dopo tanti anni di sofferenza, difficoltà e sangue sembra affacciarsi un periodo diverso, segnato dalla spensieratezza, dalla prosperità economica e dalla felicità. Ma gli anni di piombo non sono ancora finiti e gettano la loro ombra sul decennio che sta iniziando.

Il tema della violenza contro le donne

Le ragazze nate negli anni ’60, che allora erano adolescenti, si stavano liberando dai condizionamenti sociali che avevano imprigionato la vita delle loro madri e nonne, e volevano divertirsi ed essere libere. Così è Betta, la figlia di Marisa e Stelvio, sedicenne bellissima e libera che la notte del 9 agosto propone a Miriam, la cugina più giovane, di uscire di nascosto per incontrare alcuni ragazzi. Miriam ha un carattere molto più riservato ed è molto riluttante, ma alla fine si fa convincere dalla cugina.

La violenza che subiranno da sconosciuti segnerà per sempre la loro vita e tutto ciò che succederà dopo.

In questa storia si può vedere come spesso, chi è vittima di violenza subisce essa stessa un processo, per aver provocato lo stupratore, e magari di essere una donna sessualmente troppo libera come accade a Betta. Oppure, per la vergogna di essere etichettata come una “ragazza rovinata” e subire uno stigma sociale, Miriam non denuncia ciò che è accaduto, e questo la porterà in una spirale di depressione e dipendenze.

Corallina, una donna trans

Nel romanzo è presente anche il tema della transessualità portato dal personaggio di Corallina, che è decisiva per la storia e per far venire a galla la verità su ciò che è realmente successo quella notte. La sua caparbietà nel cercare di salvare le persone che ama, nel proteggerle, nutrirle, fa emergere un senso materno che invece manca ad altre madri della storia che invece tentano di insabbiare tutto per mantenere una facciata rispettabile.

Il senso del dolore

Marisa è la madre di Betta, e la sua vita viene letteralmente sconvolta dal dolore per quello che succede alla figlia. Per molti anni, finché non viene fatta luce su ciò che è realmente accaduto, in un certo senso si rifiuta di vivere. Ma c’è Suor Bertilla che l’aiuta nei momenti difficili e la conduce di nuovo verso un percorso di accettazione e speranza.

Questo romanzo è stato per me una vera scoperta. Una storia di violenza che si intreccia con un destino terribile, ma che contiene in sé i semi del riscatto e della guarigione, che può avvenire solo grazie a relazioni capaci di vero amore.

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Eccomi sono Monica!

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