
Erano i tardi anni ’90, forse il ’97 o il ’98, e allora frequentavo il liceo scientifico ad Abbiategrasso, in provincia di Milano. Non ricordo il giorno esatto, ma so che quella fu per me una giornata speciale.
Ci avevamo fatti andare tutti nell’aula magna della scuola perché quel giorno si era organizzato uno spettacolo teatrale, ed ero seduta in platea con altri 200 studenti e studentesse dell’istituto. Davanti a noi, un ometto sui 40 anni, con una sedia, un piccolo tavolo e una lavagna. Di quelle nere, su cui si scriveva con il gesso, come c’erano allora a scuola.
Un uomo solo, vestito di nero. Ricordo di aver pensato: come farà a ottenere l’attenzione di questi ragazzi, che scalpitano pieni di energie vitali? Non ci annoieremo?
Quella che seguì fu una delle esperienze di narrazione più belle che ho mai provato. Marco Paolini è l’attore e drammaturgo diventato famoso proprio con questo spettacolo, che allora però non era molto conosciuto, tanto che appunto lo portava in giro anche in una scuola di provincia.
Quel giorno ci ha raccontato la storia del disastro del Vajont, avvenuto il 9 ottobre del 1963, dove anni prima era stata costruita un’enorme diga per ricavare energia idroelettrica, la più grande al mondo a quei tempi. Nella notte si staccò dalla montagna una frana di alcuni milioni di metri cubi che precipitò nell’invaso della diga, pieno fino all’orlo, generando un’onda che tracimò la diga stessa, piombando come uno tsunami sul paese di Longarone, spazzando via tutto ciò che trovò sul suo percorso e uccidendo in pochi minuti più di duemila persone.
Tutto questo può sembrare una tragica fatalità, ma in realtà le cose non sono andate così, e Paolini raccontò tutti gli antefatti per dimostrare che quella fu una tragedia ampiamente annunciata. Le istituzioni conoscevano benissimo i rischi che stava correndo la popolazione di quel territorio ma preferì ignorarli in nome dei grandi profitti dell’industria.
La comunità di quelle valli fu di fatto ritenuta meno importante del “progresso” economico, le loro vite di semplici contadini di montagna furono sacrificate così come quel territorio, che ancora oggi porta i segni della violenza che gli è stata inflitta. La diga è ancora in piedi, non è crollata durante il disastro. Vista da Longarone oggi, sembra un’incudine piantata tra i due crinali, come a ferire quella montagna per sempre.
Prima di scendere alla diga, si può vedere il taglio netto dell’enorme pezzo di montagna che si è staccato, e che lascia vedere la roccia nuda e grigia. Quell’ammasso di roccia crollato tutto intero nella diga è ancora visibile appena sotto.
Durante quel racconto, quel giorno della mia adolescenza in cui mi sono svegliata pensando di sicuro a tutt’altro, io e gli altri ragazzi e ragazze, dapprima inquieti e distratti, ci ritrovammo alla fine in un silenzio totale, come se quella storia ci avesse non solo coinvolti profondamente ma anche ipnotizzati. Non, tuttavia, per ottundere la nostra coscienza, bensì per risvegliarla.
Oggi, 9 ottobre 2024, sono passati ben 61 anni da quella tragedia, ma dentro di me sentirne parlare risuona sempre in un modo speciale, come quel giorno al liceo.


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