
“Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,
Ti starò vicino come non ho fatto mai.
Rallenteremo il passo se camminerò veloce,
Parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.”(Simone Cristicchi)
In questa settimana di Sanremo abbiamo imparato ad amare questa canzone che parla della madre dell’artista, con il tono commovente di una lettera per lei, che ora che è invecchiata e tornata un po’ bambina. Questo brano ha avuto il merito di portare all’attenzione pubblica un tema spesso un po’ nascosto e di cui si parla poco: l’invecchiamento dei genitori, quando perdono la facoltà di ricordare le cose più semplici e quotidiane e ritornano un po’ bambini e bambine. Allora i ruoli si invertono e i figli diventano genitori. Il brano di Cristicchi dice bene questo concetto fin dal titolo, utilizzando la metafora della madre che ritorna bambina, e il figlio che le restituisce le cure e l’amore che lei per prima gli aveva dato.
Questa canzone mi ha dato lo stimolo per leggere un romanzo di Donatella di Pietrantonio che si intitola “Mia madre è un fiume”, pubblicato nel 2010. In questo libro l’autrice, vincitrice del Premio Strega nel 2024 con “L’età fragile”, racconta in prima persona di una madre che ha una malattia neurodegerativa che le sottrae sempre di più autonomia nel prendersi cura delle proprie necessità, e le fa perdere tutti i ricordi di una vita.
È la figlia, dunque, a prendersi cura di lei in tutto e per tutto, ma diversamente da come ci si aspetterebbe, ella ha un rapporto ambivalente con il corpo anziano e malato della madre. Questo dipende dal fatto che da piccola aveva da lei ricevuto meno affetto e meno attenzioni di quanto avrebbe voluto: la madre, infatti, era sempre occupata nel lavoro in campagna e nelle faccende domestiche e quindi aveva poco tempo per esprimere affetto verso i suoi figli.
La madre Esperia è nata nel 1942, durante la guerra, è la prima di una famiglia di cinque sorelle ed è cresciuta tra le montagne dell’Abruzzo in un contesto contadino, in cui si conduceva una vita dura e aspra: la terra e gli animali davano il loro sostentamento solo al prezzo di una grande fatica fisica e psichica. Questo mi ricorda molto il contesto familiare in cui sono cresciuta, legato appunto alla cultura contadina: molti dei racconti del romanzo sono simili a quelli che ho sentito dai miei nonni e dai miei genitori.
Non c’era tempo per sé stessi, e specialmente questo valeva per le donne, che da sempre avevano su di sé sia il lavoro agricolo che di cura domestica. Erano donne che si dimenticavano del proprio corpo e spesso anche di ogni loro necessità emotiva.
“Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia.”
Nel romanzo, invece, il corpo fragile di questa madre, da sempre ignorato, si impone alle cure della figlia che svolge il ruolo con un sentimento quasi di rivalsa.
“Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d’estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della supplenza, sono il suo scriba.”
Attraverso i ricordi della vita della madre, la voce narrante cerca di tenere insieme i pezzi di vita che sembrano disgregarsi: il risultato è un bellissimo racconto famigliare, vivido e a tratti davvero commovente, di una comunità rurale del dopoguerra, dove la storia delle persone, degli animali e della terra stessa scorre come un fiume e si fonde con la memoria.
“Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. Quando cresce Giovanni, chi non si muove non mangia, che freddo stamattina. Al telefono chiede di continuo dove mi trovo. Sapermi al lavoro la rassicura. È stata la cifra della sua vita. È un fiume in secca, la neve dei pioppi lo sorvola. L’ombra dei sassi cade sul letto bianco, crepato. Qua e là una pozza d’acqua ancora, ferma e densa, lambita dagli insetti.”


Lascia un commento