La serie Netflix uscita lo scorso 5 marzo e di cui tutti ora parlano ha riportato alla ribalta un classico della letteratura, pubblicato nel 1959, dopo la morte del suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Ancor più celebre è il film del 1963, diretto da Luchino Visconti, che vede tra il cast attori quali Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale rispettivamente nei ruoli di Fabrizio Corbera, Principe di Salina, Tancredi, suo nipote, e Angelica, una giovane donna della nascente borghesia che sposerà il ragazzo.
Nella serie Netflix, tuttavia, emerge un nuovo personaggio: quello di Concetta, primogenita del principe, che era invece rimasta un po’ sullo sfondo nel romanzo e nel film di Visconti. Che Concetta sia tra i protagonisti della serie è chiaro sin dall’inizio: nella prima scena vediamo infatti Fabrizio che si reca nella città di Palermo, assediata dai garibaldini, per andare nel convento dove ella vive per riportarla a casa.
A quell’epoca non era affatto inconsueto che le figlie venissero mandate in convento per diventare suore, era infatti considerato dalle famiglie nobili un privilegio diventare “spose di Cristo” e seguire un sentiero sacro. Questo dava lustro alla famiglia e spesso, molto più prosaicamente, serviva per non dover dare loro una dote in caso di matrimonio e frazionare così il patrimonio tra più eredi.
Questo filone della storia mi ha interessato particolarmente e mi ha ricordato “Storia di una capinera” di Giovanni Verga, del 1869. È la storia di Maria, una ragazzina orfana di madre e rinchiusa in convento all’età di sette anni per volere della seconda moglie del padre, vicenda ambientata sempre nella Sicilia ottocentesca. Maria deve lasciare il convento a causa del colera e si innamora di Nino, ma sarà forzata a diventare monaca dalla famiglia.
Nelle famiglie altolocate di quei secoli, era sempre la famiglia a decidere il destino dei figli, e questo è ciò che succede anche a Concetta e al cugino Tancredi. Fabrizio Corbera, il principe di Salina, conferisce loro lo status sociale di nobili e tutti i suoi benefici, e dispone di ciò che essi possono avere o meno, guidato da ciò che lui ritiene essere l’interesse della famiglia e del loro nome.
Per quanto riguarda il ragazzo, è evidente il suo tentativo di ribellarsi al mondo dello zio dal momento che si unisce all’esercito dei garibaldini, una sfida verso tutto quel mondo di privilegio in cui è immerso fin dalla nascita. Dice di volere qualcosa che sia soltanto suo, qualcosa che non gli sia stato dato dal principe. Si unisce alla causa dell’Unità d’Italia non tanto per idealismo, ma per affermare sé stesso e portare avanti la sua ambizione.
Lo stesso accade a Concetta, che in questa versione della storia non ha un ruolo passivo di fronte agli eventi, ma appare determinata a voler dare una direzione alla propria vita. Il suo sentimento verso Tancredi la porta a predisporre le loro nozze. Quando tuttavia egli le preferisce Angelica, e il principe fa sì che il matrimonio tra loro abbia luogo, Concetta, per conservarsi quello spazio di determinazione di sé, decide di tornare in convento, anche se non è realmente ciò che vuole.
Lo stesso farà fidanzandosi con il giovane conte Cavriaghi: un’occasione per lei per distaccarsi dalla figura del padre e trovare un altro spazio nel mondo, che però, nemmeno questa volta, sarà il suo.
Concetta vuole essere padrona del proprio destino, non è il personaggio che deve subire le decisioni altrui, la “perdente”, come viene invece dipinta nel romanzo e nel film di Visconti.
È sempre in bilico tra il voler compiacere le aspettative del padre su di lei e il voler essere ciò che desidera, tra l’idealismo, che invece lei possiede, e il sistemarsi in una vita tranquilla e privilegiata.
I dilemmi che ella si trova ad affrontare la rendono molto umana, e rappresentano bene l’identità contemporanea: oggi si nasce e si cresce con molta più libertà di scegliere, e tuttavia abbiamo molti più ostacoli nell’affermare ciò che realmente siamo a causa delle aspettative sociali su di noi e della paura di rimanere indietro, tutte cose che ci distolgono dalla consapevolezza di noi stessi e del nostro destino.
Ma alla fine, come si risolve tutto questo groviglio per Concetta? Alla morte del padre, ella accetta il ruolo che lei viene da lui assegnato di guidare e proteggere la famiglia. È ancora lui a vincere, è di nuovo il patriarca che dispone del destino dei suoi figli.
Ma è davvero così? O forse il destino consiste nel realizzare pienamente le nostre radici e ciò che già siamo e siamo sempre stati?
C’è un momento della vita in cui questa riflessione diventa cruciale, e dobbiamo decidere se vogliamo consapevolmente essere come siamo o non lo accettiamo, rimanendo così irrisolte e irrisolti.


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