La fine del mito dell’adolescenza

In queste settimane si parla moltissimo della serie Nexflix “Adolescence”, che racconta di un ragazzino tredicenne che viene accusato dell’omicidio di una compagna di classe della stessa età. Tutti l’avete vista o ne avete sentito parlare vero? Io ho letto molti articoli su questa serie, e molti di essi parlano di termini un po’ criptici come “manosfera”, “teoria dell’80/20”, “incel”, “redpillati”, e io stessa ho imparato a conoscerli grazie alla produzione Netflix.

I Teen Drama anni ‘90

Ma c’è anche un’altra cosa che mi ha fatto riflettere, cioè il modo in cui è cambiata la rappresentazione dell’adolescenza nei prodotti di intrattenimento. Mi spiego. Chi è nato/a negli anni ’80 come me, ha trascorso l’adolescenza a vedere serie tv come “Beverly Hills 90210”, “Dawson’s Creek”, e più tardi, verso gli anni 2000, “The O.C.”, solo per citare le più famose. Negli anni ’90 siamo stati invasi da questi “Teen Drama” che ci appassionavano moltissimo e che ci presentavano l’adolescenza come un’età straordinaria, in cui scoprire il mondo e l’affettività, spesso collocata in contesti sociali privilegiati, dove grazie a degli adulti attenti e saggi, ogni problema trovava una soluzione.

Brandon Walsh: l’adolescente idealista

Il personaggio che più rappresenta questo è secondo me Brandon Walsh, della serie “Beverly Hills 90210”, un giovane che si trasferisce dal Minnesota a Los Angeles insieme alla famiglia, e qui affronta la sfida dell’inserimento nella nuova scuola, che (ovviamente) vince con successo. È infatti non solo bellissimo e straordinariamente attraente, ma anche attivo nella scuola e autore del giornale dell’istituto, idealista, sempre pronto ad aiutare chi è in difficoltà. Lo definirei “un adolescente eroe”.

Marissa Cooper: la reginetta della scuola

Cosa dire poi di Marissa Cooper, della serie “The O.C.”? Una splendida ragazza, con un corpo da modella, ricca, che organizza il ballo di fine anno della scuola, che si innamora di Ryan, il ragazzo preso in affido dai Coen e che proviene da un contesto difficile? Qui vediamo forse anche un certo stereotipo della donna che “salva” il bel tenebroso: un archetipo letterario che si è felicemente trasferito nella cultura del ‘900.

La serie spagnola “Élite”

Negli ultimi anni, la narrazione dell’adolescenza è molto cambiata. Nel 2018 è uscita su Netflix la serie spagnola “Élite”, ambientata in una scuola privata per persone molto ricche, in cui avviene un omicidio molto efferato. La prima stagione ruota intorno alle indagini per la risoluzione dell’omicidio e le sue cause. Qui vediamo degli adolescenti un po’ diversi: capricciosi, attaccati al denaro e violenti. Siamo molto lontani dalla rappresentazione dell’adolescente eroe di cui abbiamo parlato prima.

Adolescenza, misoginia e violenza

Arriviamo quindi ad “Adolescence”, che inzia con un lungo piano sequenza (cioè una scena girata senza interruzione) in cui la polizia fa irruzione in una casa della provincia inglese e preleva dalla sua stanza Jamie, un ragazzino di 13 anni accusato dell’omicidio di una sua coetanea, avvenuto la sera precedente. La famiglia ritiene sia impossibile finché al padre viene fatto vedere un video in cui si vede l’aggressione. Quindi è tutto vero.

Si scopre poi che Jamie si era avvicinato al mondo della manosfera, cioè una serie di contenuti sul web improntanti alla misoginia, che lo avrebbero spinto a commettere l’omicidio. Tutto questo è agghiacciante, per chi ha visto la serie, in cui sembra che gli adolescenti di oggi vivano in un mondo parallelo, che i genitori non sospettano neppure esista, dove la frustrazione trova sfogo nei discorsi più sessisti e radicalizzati.

La crisi del modello di adolescenza

E qui non c’è proprio nulla di idealista, o di eroico, ma solo la percezione di una grande miseria e disagio psichico in cui sarebbe piombata la generazione dei più giovani.

Ho cominciato a chiedermi se tutti quegli adolescenti perfetti che abbiamo visto nei decenni che ci precedono non siano in realtà non solo falsi, nel senso di non corrispondenti alla realtà, ma anche dei modelli sbagliati a cui ci siamo ispirati, che incarnano valori come la bellezza, il successo, la performance. Tutto quello che non rientra in questo canone è da nascondere, è qualcosa di cui vergognarsi e che di sicuro non vogliamo trasmettere ai nostri figli e alle nostre figlie.

Il risultato è forse quello di avere dei giovani più deboli, perché noi e loro siamo incapaci di accettare la loro fragilità e gestire le frustrazioni. Dal mio punto di vista la cultura misogina e il problema dei femminicidi non sono solo il frutto di un’educazione affettiva sbagliata, ma anche di quella fragilità dell’adolescenza che non vuole essere né vista, né accettata, al fatto che vogliamo evitare ai giovani ogni difficoltà, ogni dolore, che però sono necessari per crescere.

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